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Se c’era una cosa che nella spietata guerra di Gaza Israele doveva evitare. era di fornire un simbolo che per la sua forza evocativa fosse pari all’orrore suscitato dalla strage compiuta il 7 ottobre da Hamas al confine settentrionale della Striscia.

Questa colpì gli inermi civili e i giovani che partecipavano a un festival musicale nel kibbutz di Re’im, mentre l’ultimo attacco israeliano contro la folla nel Nord della Striscia ha colpito civili e giovani innocenti che mossi dalla disperazione cercavano di strappare qualche frammento degli aiuti umanitari per lenire la fame, ciò che ha provocato oltre 100 morti e 700 feriti.

Le ferite passano, le manganellate forse si dimenticano; le ossa e i muscoli si rimettono a posto. Soprattutto a 15 anni. Quello che non si dimentica è la paura e il sospetto. Di essere dalla parte sbagliata. Di essersi svegliati e di protestare nel modo e nel momento sbagliato.

Dobbiamo chiedere scusa ai nostri ragazzi. Non solo se siamo ministri dell’Interno, non solo se siamo questori o poliziotti; ma da insegnanti e da educatori e da genitori. Continuiamo a dire che sono apatici, che stanno sempre con la testa china sui social. E quando qualcuno la tira su, quella testa, si becca le manganellate. E si sente dare del maleducato, del non autorizzato. E allora di nuovo giù a guardare i video, a giocare a Fortnite. Che fa meno paura delle manganellate. Non siamo riusciti a proteggere i nostri studenti e i nostri figli da questo strano risveglio nella realtà. Li abbiamo lasciati soli.

Gentile redazione,

scriviamo di getto questa lettera, sperando che venga pubblicata.

Siamo docenti del Liceo artistico Russoli di Pisa e oggi siamo rimasti sconcertati da quanto accaduto in via San Frediano, di fronte alla nostra scuola. Studenti per lo più minorenni sono stati manganellati senza motivo perché il corteo che chiedeva il cessate il fuoco in Palestina, assolutamente pacifico, chissà mai perché, non avrebbe dovuto sfilare in Piazza Cavalieri. Gli agenti in assetto antisommossa avevano chiuso la strada e attendevano i ragazzi con scudi e manganelli, mentre dalla parte opposta le forze dell’ordine chiudevano la via all’altezza di Piazza Dante. In via Tavoleria un’altra squadra con scudi e manganelli.

Per trent’anni la guerra è stata innominabile. Per quanto si facesse largo abuso della parola in contesti impropri (guerra alla droga, al crimine, al terrore), alle guerre in senso stretto erano imposti appellativi molto più suadenti: dalla «operazione di polizia» lanciata dalla coalizione a guida americana contro l’Iraq nel 1991 fino alla «operazione militare speciale» con cui la Russia di Putin ha invaso l’Ucraina nel 2022. Due espressioni quasi identiche, tra le quali intercorre però una distanza siderale. Coniata all’indomani dell’implosione dell’Unione Sovietica, la prima formula annunciava la promessa del «nuovo ordine globale» ispirato al neoliberalismo, che puntava sull’integrazione dei mercati, l’espansione della democrazia e la difesa dei diritti umani. La seconda, al contrario, battezza un’iniziativa diametralmente opposta che, insieme all’esplosione del conflitto tra Hamas e Israele, di quella promessa sembra oggi sancire il tramonto.